01 October 2018

Lavorare a Londra dopo la Brexit: cosa cambierà? - Ultime News

Cosa cambierà per i tanti italiani che vogliono andare a lavorare nel Regno Unito dopo la Brexit? Ecco alcune news aggiornate sulla situazione attuale e una visione generale sui differenti scenari che si potranno verificare.

Ovvero, in che modo sarà possibile emigrare in Inghilterra alla luce dei risultati del referendum che il 23 giugno 2016, con il 51,9% degli elettori britannici favorevoli, ha sancito che il Regno Unito non dovrà più essere membro dell’Unione Europea? È questo uno dei tanti dubbi che assilla Theresa May, premier entrata in carica proprio a seguito delle dimissioni di David Cameron, uscito politicamente sconfitto dall’esito delle urne.
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Ma l’attuale capo di stato britannica non è l’unica a dover preoccuparsi di come gestire una tale situazione: molti infatti sono ancora gli italiani che hanno in programma o sognano di trasferirsi a lavorare in Inghilterra, e pertanto nelle prossime righe cercheremo di capire quali sono le prospettive per chi ha già messo in conto di emigrare a cercar fortuna in Terra d’Albione, cosa potrebbe cambiare o rimanere immutato, e qual è lo stato attuale delle cose.

Lavorare a Londra dopo la Brexit: cosa cambierà? Per ora, nulla di concreto

Il Governo britannico è assolutamente consapevole che quello della futura immigrazione non è un problema non di poco conto, e infatti è da oltre un anno che il corrispettivo d’oltremanica del Ministero degli Affari Interni promette un’imminente pubblicazione sulle linee guida che regoleranno l’immigrazione lavorativa nell’era post-Brexit. Un documento che tuttavia ancora non vede la luce, sebbene recenti indiscrezioni lo vedrebbero pronto per l’autunno di quest’anno.

Da un punto di vista ufficiale e burocratico, la ragione di cotanto ritardo sta nel fatto che il Governo della May è ancora in attesa dei dati elaborati dalla Migration Advisory Committee, un ente indipendente incaricato di far luce sulle prospettive di immigrazione passate per regolamentare al meglio quelle future.

Ma se ci spostiamo alla versione non ufficiale dei fatti, la verità è che le decisioni più importanti vengono periodicamente rinviate perché il Gabinetto della prima ministra non riesce a trovare un accordo condiviso su come gestire le istanze degli elettori che al referendum sulla Brexit hanno votato per il leave, e hanno scelto di votare “sì” perché in buona parte dei casi temevano che un’immigrazione incontrollata avrebbe messo a repentaglio le possibilità per gli autoctoni di trovare un posto di lavoro.

Le ragioni per cui il Governo ancora non riesce a trovare un accordo sulla politica da seguire in tal senso, sono proprio il fatto che allo stato attuale delle cose il Governo stesso sembri non avere alcuna politica da seguire.

Non si tratta di semplice lassismo. Le decisioni che riguarderanno le future politiche di accoglienza serviranno a definire in maniera netta quale sarà la posizione del Regno Unito nei confronti dell’Europa nei decenni a venire, e una linea troppo liberale finirebbe per irritare la parte di popolazione che ha votato per il “sì”.

Conseguenze della Brexit per gli italiani ed europei che vogliono andare a lavorare a Londra o in Inghilterra.

Chi ha ancora intenzione di lavorare a Londra dopo la Brexit deve quindi tenere in considerazione due principi diametralmente opposti con i quali il Governo inglese deve attualmente avere a che fare.
  • Da un lato c’è la libertà di circolazione, ovvero il diritto di ogni cittadino di vivere, spostarsi e lavorare ovunque preferisca all’interno dell’Unione Europea.
  • Dall’altro la rivendicazione britannica di difendere e regolamentare i propri confini.
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    Con l’entrata in vigore della Brexit la libertà di circolazione risulterà sicuramente più limitata in qualche misura, perché lasciando l’Unione Europea il Regno Unito ha anche deciso di decentrarsi dal mercato continentale.

    Ma al mercato continentale è costretto comunque a guardare, e pertanto dovrà decidere in tempi oramai sempre più stretti se gli immigrati dai paesi europei saranno da considerarsi immigrati “speciali”, ovvero aventi maggiore diritto e quindi maggiori possibilità di trasferirsi e lavorare in Inghilterra.

    L’opzione opposta è quella di fare tabula rasa, considerando quindi ogni immigrato uguale agli altri, indipendentemente da quale possa essere il suo paese di provenienza. C’è una soluzione per questo enigma?

    La verità è che a oggi nessuno lo sa, perché è il Governo stesso a non averne una minima idea. E, soprattutto, qualsiasi idea dovesse germogliare nei prossimi mesi dovrà passare attraverso un lungo e attento processo di elaborazione e dibattito.

    Ovviamente, i Paesi che sono rimasti nell’Unione Europea cercheranno di ottenere accordi convenienti per sé e per i propri cittadini, così come è lecito immaginare che anche il Regno Unito tenterà di non tagliare i ponti in maniera netta e insanabile.

    Voci di corridoio – che pertanto vanno prese come tali – confermano che gli esponenti britannici ancora operanti a Bruxelles siano al lavoro per realizzare la cosiddetta “Brexit morbida” (Soft Brexit), una versione meno radicale del distacco fra le due realtà che dovrebbe in linea di principio mantenere molte delle norme vigenti prima dell’esisto delle urne così com’erano allora.

    L’eventualità su cui si può scommettere, quindi, è quella che i Paesi UE otterranno lo sperato trattamento di favore, e che i cittadini dell’Unione potranno quindi andare a lavorare a Londra senza dover sottostare a sostanziali differenze rispetto a come avveniva fino al 2016.
    Ciò che rimane tutt’oggi materia di negoziazione è proprio il grado fino a cui tale trattamento di favore dovrà essere esteso.
    È chiaro che in tal senso gioca un ruolo fondamentale anche la politica interna alle Terre di Sua Maestà, e infatti nel marzo di quest’anno sembrava essere arrivata la sentenza di David Davis, membro del partito conservatore ed ex ministro che aveva affermato che il Regno Unito non avrebbe in alcun modo accettato politiche d’apertura nei confronti degli immigrati europei.

    A quelle di Davis hanno fatto eco più recenti (e credibili) dichiarazioni di Sajid Javid, attuale Segretario di Stato per gli affari interni, che ha previsto un ragionevole accesso preferenziale da dedicare agli immigrati europei, con conseguente abbattimento delle restrizioni per chi avrà intenzione di recarsi nel Regno Unito per ragioni di lavoro.

    Ci saranno tetti?

    In virtù dell’attuale legislazione europea sulla libertà circolazione, il Governo britannico non ha molto spazio di manovra.

    Ad esempio, i cittadini che risiedono al di fuori dell’Unione devono sottostare ad un intricato sistema di restrizioni che prevede un numero massimo di ammessi per tipo di visto. Il cosiddetto Tier 1, per citarne uno solo, è riservato agli investitori e a coloro che vengono riconosciuti come aventi un “talento eccezionale”.

    Il Tier 5, d’altro canto, è per coloro che dovranno rimanere in UK per un periodo prestabilito e a breve termine, preferibilmente se ciò avviene nel contesto di un programma di volontariato. Alcuni tier permettono di portare i propri familiari con sé, altri no.

    La situazione attuale, insomma, è già di per sé abbastanza complicata e uno degli obiettivi dell’attuale Governo è sicuramente quello di semplificarla.

    L’uso di tetti massimi viene generalmente criticato dagli esperti di settore, poiché si tratta di un sistema che non lascia spazio alla flessibilità e che è puramente arbitrario: in questo modo è impossibile venire in contro a quella che è l’effettiva richiesta di un paese in quanto a forza lavoro.

    E le conseguenze di una tale ipotesi sembrano già farsi sentire, dato che il sistema sanitario nazionale britannico ha già fatto presente che negli ospedali inglesi si registra un calo di personale generico e di infermieri, settori che da sempre contano fra le proprie fila un buon numero di immigrati.

    Un sistema relazionato alla domanda di forza lavoro

    Ma questo – vale la pena precisarlo di nuovo – stride ancora una volta con le politiche interne degli esponenti parlamentari britannici, i quali si trovano come mai prima d’ora a dover rendere conto ai propri elettori più che a quelli europei.

    Pare scontato che il nuovo sistema di immigrazione lavorativa dovrà essere strettamente relazionato alla domanda interna di forza lavoro, ma l’altro dubbio che assilla il gabinetto di Theresa May attualmente è: se è lecito mettere un tetto, come identificarlo?

    Se si decide di garantire – poniamo – 50.000 visti per il settore tecnologico e 20.000 per quello agricolo, chi garantisce che non ci sia nei prossimi 10 anni un exploit nel settore primario che renderà insufficienti i 20.000 visti dedicati agli agricoltori?

    Il buon senso prima di ogni altra cosa, quindi, dovrebbe condurre il Governo britannico ad abbracciare una politica abbastanza liberale, onde evitare di imbarcarsi in sistemi poco battuti e sicuramente pericolosi.

    Allo stato attuale dei fatti, il Regno Unito non ha alcun bisogno di imporre dei tetti di sorta all’immigrazione lavorativa. In linea di massima, infatti, è perfettamente possibile prevedere una politica immigrazione non coercitiva che allo stesso tempo non significhi necessariamente libertà di circolazione assoluta senza alcun vincolo o tetto, ovvero una politica di immigrazione basata sul principio che chiunque abbia un lavoro da offrire in UK possa cercare forza lavoro competente e adeguata, anche se straniera.

    Il problema di rimodulare le percentuali di cittadini aventi diritto ad emigrare in Inghilterra per lavoro, tuttavia rimane quello più annoso da gestire. Perché ancora aperte rimangono le domande che generano tale problema: il Regno Unito ha più bisogno di radiografi o di infermieri? Di insegnanti o di muratori?

    Vero è che in alcuni settori l’apporto da parte di forza lavoro estera è professionalmente poco rilevante, si pensi ad esempio a quello dell’agricoltura o della somministrazione di alimenti. Ecco, le future politiche di immigrazioni britanniche dovranno tenere conto anche e soprattutto di fattori come questo.

    Quali sono le prospettive più plausibili al momento?

    Come dicevamo sopra, l’attuale governo britannico (ma la cosa varrà anche per i futuri) dopo la Brexit dovrà tener conto in maniera molto più rilevante rispetto a quanto fatto finora di cosa vogliono gli autoctoni alle spese di cosa chiede l’Unione.

    La prospettiva di realizzare un sistema che non preveda alcun tetto allarma non pochi elettori, e quindi anche l’idea di implementare un sistema di accoglienza senza alcun vincolo o restrizione potrebbe causare un sisma politico che nessuno in questo momento ha la voglia di sopportare.

    Ciò che manca, ora come ora, è una figura o un ente avente come compito quello di spiegare al Governo quali sono i settori in cui c’è più bisogno di manodopera, e soprattutto perché un settore debba accogliere più lavoratori rispetto a un altro.

    Fino al 2016, tale compito era affidato direttamente al Ministero degli Interni, che tuttavia non si è mai davvero posto il problema grazie agli accordi preesistenti con l’Unione Europea che regolavano automaticamente i flussi dei cittadini all’interno dei confini dell’Unione.

    Con la ratifica della Brexit, tali accordi sono venuti meno, pertanto il Governo inglese deve ripensare a un piano immigratorio dalle basi, e attualmente non sembra avere le risorse per farlo.

    Tutto ciò su cui ci possiamo basare ad oggi sono speculazioni o piccoli indizi. Pare infatti che gli uffici britannici per l’immigrazione stiano programmando di portare il proprio personale estero a 1.500 unità. Questo potrebbe significare che è stato fatto un primo passo verso un’accoglienza meno astringente, ma d’altro canto si potrebbe trattare di un semplice strascico di un intervento programmatico che era già in essere da prima della Brexit.

    L’unica cosa certa è che il futuro sistema dei flussi migratori dovrà fare contenti gli inglesi, e solo in secondo luogo i cittadini degli altri paesi.

    Lavorare a Londra: la documentazione necessaria oggi

    Appurato quindi che ad oggi nessuno sa davvero cosa cambierà per chi ha intenzione di andare a lavorare a Londra dopo la Brexit, possiamo quantomeno tracciare la linea di ciò che è sicuro.

    In altre parole: se voglio trasferirmi e andare a lavorare nel Reno Unito domani, di quali documenti avrò bisogno?

    Settle Status

    Il primo “pezzo di carta” da procurarsi è sicuramente il Settle Status. È stato introdotto solo recentemente per favorire una transizione armoniosa verso il momento in cui la Brexit diverrà ufficialmente effettiva, e va richiesto da chiunque abbia intenzione di andare a vivere nel Regno Unito (e rimanerci) prima di tale data.

    Attenzione però: ad oggi ancora non esiste una procedura ufficiale per ottenerlo (si prevede che sarà disponibile entro la fine del 2018), ma ci si può tuttavia collegare al sito del Ministero degli Interni britannico e registrarsi per essere sicuri di ottenerlo non appena sarà possibile.

    Altri documenti necessari per lavorare in Inghilterra

    Per il resto, fino al 29 marzo 2019, nulla dovrebbe cambiare rispetto alle procedure in vigore fino ad oggi. Sara quindi necessario disporre di:
  • Passaporto non scaduto o carta di identità valida per l’espatrio. In questo secondo caso, la scadenza dovrà essere superiore almeno ai tre mesi;
  • Iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Esterno (nota con l’acronimo di A.I.R.E.). La registrazione non è facoltativa ma obbligatoria, e va effettuata da qualsiasi cittadino italiano che abbia in programma di rimanere all’estero per almeno un anno.
  • Il National Insurance Number (NIN). Anche questo è un documento importantissimo. Può essere vista come la nostrana assicurazione, con la differenza che in UK è obbligatorio per ottenere un posto di lavoro, maturare i contributi e gestire le imposte. In realtà è relativamente facile da ottenere, e può essere richiesto nell’ufficio di collocamento o del lavoro più vicino al luogo in cui si prevede di andare a vivere o lavorare.
  • Conclusioni

    In conclusione, quindi, chi ha intenzione di andare a lavorare a Londra dopo la Brexit tutto quello che può fare per ora è aspettare per ulteriori sviluppi, che riguardano in realtà molto più da vicino le ragioni interne al Governo britannico che quelle esterne.

    Per il momento, ovvero fino a che la Brexit non sarà ratificata in via definitiva, vigono le normative stipulate fra il Regno Unito e l’Unione Europea in seno ai trattati che già da tempo regolano la libera circolazione.

    Autore: Manila - LDNcity

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